Une petite fleur bleue

transcription of a Fiore Musicale by Frescobaldi
for string quartet
2005 | duration 3′

Performances
12.3.2006 Freon Ensemble, Freon Festival, Ex-Mattatoio, Roma
20.5.2007 miXXer, Chiesa di S. Francesca Romana, Ferrara
27.4.2008 Sala del Buonumore, Conservatorio di Firenze
07.10.2010 Haitinkzaal, Conservatorium van Amsterdam
07.06.2012 Composers’ Festival, Conservatorium van Amsterdam
24.10.2013 TW Classic Forst, Vorst (BE)
10.11.2013 Quartetto Amarone, Brandenburger Theatre, Brandenburg
11.12.2015 Quartetto Maurice, La Stanza della Musica, Rai Radio3

Audio
Recorded live in Ferrara 20.5.2007  Marco Lorenzini, Caterina Bono vln, Achille Galassi vla, Sebastiano Severi cello

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Program note (ITA)

miXXer
Chiesa di S Francesca Romana, Ferrara
20/05/2007

Raccolgo alcuni pensieri nati attorno al desiderio di trascrivere uno dei  Fiori musicali di Fresco­baldi. Scrivere musica è una forma di ascolto. Se è così, ciò che scrivo è il mio ascolto e ancora di più il modo in cui vorrei ascoltare. Ogni pezzo è il racconto di un desiderio, la trac­cia di un lavoro per imparare ad ascoltare meglio.
Quando studio un pezzo cerco un modo di ascoltare che non sapevo immaginare e di cui vorrei essere capace. È difficile avvicinarsi a un’opera, trovare accesso a un mondo che è il frutto dell’ascolto di qualcun altro. Trascrivere può essere un varco, è un lavoro che obbliga a ripensare ogni nota come propria, a ripercorrere il sentiero della scrittura con i propri passi.
La trascrizione ha una storia molto lunga che qui non mi interessa ripercorrere se non per escludere dall’attenzione tutti gli aspetti funzionali che le appartengono o le appartenevano: quello di trasmettere delle opere, di permetterne la diffusione, di permetterne lo studio prima di un’ese­cuzione.
L’aspetto del trascrivere che più mi interessa è quello che porta alla luce il rapporto tra il tra­scrittore e l’opera originale. In questo percorso il primo incontro importante è stato quello con il Ricercare a sei di Bach trascritto da Webern per orchestra.  In quest’opera è evidente lo spazio di tensione tra due lingue e possiamo ascoltare Webern che ascolta Bach. C’è un grande rispetto per l’originale e proprio questo rapporto profondo permette un esito così libero. Sentiamo Bach ma attraverso le orecchie di Webern, il cui intervento ha una trasparenza che non vela l’originale ma lo illumina di una luce inedita.
Così la trascrizione mi si è presentata come un fertile terreno di incontro in cui cercare un’esperienza di apprendistato e anche un modo per pensare il  rapporto con la tradizione, per guardare un’opera con quel rispetto che le chiede di esserne cambiati.
Lo studio dei Fiori Musicali mi ha avvicinato alla polifonia di Frescobaldi, da un lato rigorosa e astratta, dall’altro piena di suono e di canto. Proprio questo carattere rende la scrittura dei Fiori tanto solida da resistere alla esplorazione delle trascrizioni senza andare in pezzi, così forte da per­mettermi quella libertà che hanno i bambini quando giocano con gli alberi.

La scelta del quartetto d’archi ha almeno un paio di motivi convincenti: la  uniformità timbrica mi rendeva più difficile cadere nell’imitazione del modello rappresentato da Webern, obbligando­mi a cercare una via personale; in secondo luogo mi offriva la possibilità di affrontare per la prima volta un organico tanto autorevole sotto l’ala protettrice di Frescobaldi.
Qualche nota tecnica sulla mia trascrizione: le altezze assolute sono tutte rispettate, non ci sono note in più e solo nell’ultima battuta sono presenti alcuni raddoppi di ottava. Anche l’attacco è rispettato, cioè ogni nota ha il proprio attacco nello stesso punto dell’originale, una volta entrata però dura quanto voglio io. Le quattro voci dell’originale attraversano il quartetto d’archi con li­bertà, risultando così frammentate. Nell’originale c’è un bordone di re al contralto che dura per tutto il pezzo e oltre ad esercitare un forte fascino su di me costituisce un ottimo punto di incon­tro per gli strumenti nel loro scambiarsi frammenti di canto.

Penso la mia trascrizione come un vetro opaco attraverso cui guardare questo fiore. Lo spessore del vetro è il mio ascolto di oggi, la distanza che allo stesso tempo separa dall’oggetto e gli per­mette di essere guardato.
Così mentre si osserva il fiore si può anche spostare il proprio sguardo sul vetro, cercando di vedere cosa gli impedisca di essere trasparente, in cosa consista la sua opacità. Questa, oltre che dalla frammentazione delle voci, è data dal trattamento timbrico del quartetto, in cui grande parte  hanno le corde a vuoto e gli armonici naturali, così da trovare un suono nuovo che emerga però da gesti arcaici, legati alla materialità degli strumenti, alle quinte vuote delle corde in cui sentiamo nascosti secoli di vocalità.

Infine due parole sul titolo che oltre a riferirsi ai fiori di Frescobaldi è un’immagine presente all’inizio e alla fine de I fiori blu di Queneau: Il Duca d’Auge salì in cima al torrione del suo castello per considerare un attimo la situazione storica. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano ancora qua e là. Uno strato di fango ricopriva anco­ra la terra, ma qua è là piccoli fiori blu stavano già sbocciando.

Forse si tratta degli stessi lilacs che sbocciano dalla neve ormai sciolta in fango, fiori in cui si in­trecciano memoria e desiderio dell’inizio de La terra desolata di Eliot:

Aprile è il mese più crudele. Genera
lillà dalla terra morta, mischia
memoria e desiderio, desta
radici sopite con pioggia di primavera.
L’inverno ci tenne al caldo, coprendo
la terra di neve immemore […]